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  • Ricominciamo dalle basi.

    Alle volte mi balena in mente una cosa: spesso do per scontate certe verità che reputo ormai assodate. Invece non per tutti sono tali: per questo, spesso è meglio ribadire anche ciò che pare ovvio.

    Comprare un’auto, qualsiasi auto, resta un atto profondamente negativo per l’ambiente. Le auto sono sistemi meccanici complessi, e richiedono un sacco di energia per la fabbricazione e la distribuzione. Prima di lasciare il concessionario, un’auto in media ha già prodotto 600kg di CO2. Data quest’emissione iniziale nell’atmosfera, ci vorrebbero 24000 km percorsi prima che l’acquisto di una nuova Prius abbia più senso che scegliere una Ford Focus usata.
    (Tom Whipple, Green cars: will someone hit the accelerator, dal Times Online – via Petrolio)

    Si può fare anche meglio: sfruttare la fortuna di avere un sistema urbano ben migliore di quello USA, e fare a meno del tutto dei sarcofagi ambulanti. Ma già la piccola presa di coscienza suggerit da Whipple, in uno scenario dove si cerca di procrastinare il disastro aiutando FIAT, GM a continuare a far danni, è già qualcosa.

  • Locke e il babbuino

    Origin of man now proved. – Metaphysics must flourish. – He who understands baboon would do more towards metaphysics than Locke.

    (Charles Darwin, in un taccuino privato, citato da D. Dennett, “Darwin’s dangerous idea”, 1995)

  • Le bugie, le bugie fottute, e le statistiche

    Nuovo capitolo di informazione manipolata per quanto riguarda il “problema sicurezza”.

    È di ieri l’allarme di Libero (non lo linko per boicottaggio):

    L’allarme di Bucarest: in Italia il 40% dei nostri criminali
    In Italia si è trasferito il 40% dei criminali rumeni sui quali pende un mandato di arresto internazionale: non è una dichiarazione del ministro degli Interni Maroni o di qualche leghista, ma quella del ministro della Giustizia romeno, Catalin Predoiu. […]  Se il 40% dei criminali ha trovato rifugio nel nostro Paese, per Predoiu è anche colpa delle lunghe procedure di estradizione: da qui l’invito ai magistrati italiani ad accelerare le procedure.

    Mentre Repubblica.it si esprime come segue:

    Romania, 40% dei ricercati è in Italia – Frattini: tolleranza zero, più collaborazione
    Mentre i due ministri si incontravano a Bruxelles e poi a Roma, il governo romeno forniva le cifre: in Italia si trovano attualmente circa 2.700 cittadini romeni che sono in carcere in attesa di giudizio o condannati in via definitiva, e sempre sul territorio italiano si trova anche il 40% dei romeni ricercati con mandato internazionale. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia romeno, Catalin Preodiu, nel corso di una conferenza stampa a Bucarest, in cui ha sottolineato che le procedure per l’estradizione dei romeni ricercati “stanno incontrando difficoltà”. Il ministro ha quindi fatto appello ai “magistrati italiani a fare il possibile affinché le procedure vengano accelerate”.

    Il dato colpisce talmente da porre qualche dubbio. Analizziamo quello che si ricava dalle informazioni trovate nei due articoli.

    Punto primo: non si parla di ricercati in generale, si parla di ricercati con mandato internazionale, che sono una cosa diversa e rappresentano una parte del totale dei ricercati, ovvero quelli per cui è stato spiccato un apposito provvedimento e per cui si presume che possano aver cercato rifugio all’estero. Quindi non si parla del 40% di ricercati romeni, ma di una percentuale forse anche di molto inferiore. Su questo Libero depista a bella posta, mentre Repubblica adotta un titolo ambiguo.

    Secondo punto: il fatto è che quando una persona legge ricercato subito pensa al latitante, ovvero una persona che è ricercata ma non si sa dov’è. Ma se non si sa dov’è, come si sa se si trova in Italia o altrove? E come è possibile fare una statistica in merito?

    La mia interpretazione della parole del ministro romeno sono di segno decisamente diverso da quello che lasciano intendere Libero o Repubblica, ma anche la Gruber che ha riportato la notizia ieri a 8 e mezzo.

    Non si tratta di ricercati latitanti, si tratta di ricercati arrestati dalle forze di polizia italiane e attualmente detenuti in carcere in attesa di essere estradati.

    Per questo si può essere tanto precisi sulla loro distribuzione: le autorità romene hanno contato il numero di loro ricercati con mandato internazionale catturati all’estero, e hanno notato che il 40% di essi si trova in Italia. Un’interpretazione di questo tipo spiega perfettamente come si arrivi alla percentuale sbandierata, e spiega perché questo dato venga presentato insieme a dati sul numero di cittadini romeni detenuti nelle carceri italiane, sia condannati in via definitiva, sia in attesa di giudizio.
    Nessuna delle frasi riportate parla di criminali a piede libero, ma vengono citati numeri e percentuali di persone in galera. Come del resto è normale: il ministro che ha tenuto la conferenza stampa è il ministro della giustizia, che quindi si occupa di processi e pene da scontare, non di arresto dei persone ricercate, che è competenza della polizia e quindi probabilmente del Ministero degli Interni, come accade in Italia. In questo contesto, l’affermazione sul 40% di ricercati sarebbe l’unica riguardante, in maniera peraltro non dimostrabile, di persone non detenute, ma anzi irreperibili.
    Da notare che un ricercato con mandato internazionale arrestato in Italia potrebbe non aver fatto nulla, in Italia: probabilmente è ricercato per qualcosa fatto nel suo Paese, e non è detto che sia

    1. un reato che ha commesso, perché magari ancora il processo non è stato celebrato e la persona in questione non è stata condannata
    2. un reato che possa provocare allarme in Italia, perché potrebbe trattarsi di un tipico reato “non reiterabile” (es: delitto passionale o familiare, o simili).

    Beninteso, non dico che sia un bene che sia qui, ma la sua stessa presenza non è necessariamente fonte di insicurezza in Italia, come ad esempio non lo era in Francia la presenza (a piede libero!) di Cesare Battisti o di altri ex-terroristi italiani. Difatti i francesi non hanno mai organizzato ronde anti-italiani perché un’elevata percentuale di ricercati italiani si trovava a piede libero su suolo francese.

    Potrebbe però nascere l’obiezione: 40% però è una percentuale altissima, anche se si tratta di ricercati internazionali e non ricercati tout court, anche se si tratta di persone in galera e quindi ormai innocue, anche se si tratta solo di presunti criminali, non potrebbe significare che un’altissima percentuale di criminali romeni sceglie l’Italia piuttosto che altre destinazioni? È la tesi poco nascosta di Libero.

    Altra probabile mistificazione: al di là della non rappresentatività della popolazione statistica (con quel dato si potrebbe sostenere anche che in Italia questi ricercati vengono arrestati in percentuale maggiore che altrove), sono le parole seguenti del ministro che fanno capire dove sta il busillis. Infatti la soluzione che propone è  che la giustizia italiana sia più rapida nell’estradizione.
    Da questo si può dedurre una spiegazione logica ad una percentuale così alta: perché in Italia i processi e i procedimenti giudiziari, compresi quelli per l’estradizione (che non è automatica, ma passa da un tribunale1), sono talmente lenti che:

    • all’estero, un ricercato rumeno arriva, lo arrestano, e lo rimpatriano entro breve tempo;
    • in Italia, un ricercato rumeno arriva, lo arrestano, il rimpatrio però è lentissimo, e nel frattempo arrestano altri suoi simili, ecc. e si accumulano.

    Ecco che l’informazione che si può dedurre dagli articoli, schivando aperte falsificazioni o ambiguità da giornalista pigro, che copia il lancio di agenzia senza verificare o ragionare su quello che gli capita tra le mani, è che (come sapevamo già) la nostra giustizia è lenta e inefficiente, tanto da bloccare anche il corso di quella romena, ed ecco il motivo della lamentela del ministro.

    L’ennesima conferma che l’approccio emergenziale al “problema sicurezza” è del tutto inutile, perché non incide sui problemi reali, e che viene giustificato ad arte con una campagna di mistificazioni dirette a causare il panico tra i cittadini.

    1. Per la precisione, l’estradizione è competenza del Ministro di Giustizia, che può rifiutarla autonomamente: ma se vuole concederla, deve chiedere un parere alla Corte d’Appello competente, la quale emette una sentenza, ovviamente impugnabile in Cassazione. Tali pronunciamenti non sono però vincolanti, e il Ministro può negare l’estradizione anche in presenza di pronunciamento favorevole. Gli articoli del codice di procedura penale che riguardano l’iter sono 697 e seguenti. (grazie a Francesca Detti per la consulenza)
  • Lo zenit dell’idiozia: Giovanardi

    “Ma l’intervento di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, alla commemorazione delle foibe a Roma in Campidoglio potrebbe aprire una nuova polemica con la Croazia. Giovanardi ha chiesto infatti che «sul timbro postale della città di Fiume deve comparire, oltre al nome croato Rijeka, anche quello in italiano. Non voglio eliminare il nome croato, ma pretendo e chiedo che nel timbro postale di quella città non ci sia solo il nome croato ma anche quello italiano. Oggi i confini sono superati: nel concetto di Europa unita, Zara è una città nostra»” (Corriere.it)

    Chi si prende la briga di spiegare a ‘sto genio che la Croazia NON è nell’Unione Europea?

  • A Di Pietro, riguardo il disegno di legge su Eluana

    No, caro Onorevole, lo dico da persona che spesso ha dissentito da Lei ma l’ha votata più volte senza mai pentirsi, finora. Stavolta mi delude. La libertà di coscienza sarebbe ipotizzabile nel caso in cui si discutesse una legge completa sul testamento biologico, ma non nell’occasione in cui un premier senza alcun senso delle istituzioni preme sul Parlamento, in spregio alla separazione dei poteri, con enormi ingerenze da parte di uno Stato straniero, perché approvi subito un provvedimento palesemente ad personam, contro il risultato di un iter giudiziario assolutamente cristallino, e in odore di incostituzionalità. Qui non c’entra la coscienza, votare contro non è partecipare alla morte di Eluana Englaro, che avviene nel pieno rispetto della Costituzione e della democrazia, anche se a qualcuno può non piacere. C’entra la laicità dello Stato, l’equilibrio delle istituzioni, la libertà del Parlamento rispetto al potere esecutivo e alle pressioni lobbistiche, tutte cose che erano nel programma del Suo partito nel momento in cui noi elettori abbiamo votato e i Suoi parlamentari si sono candidati.
    Con questa scelta, abbinata ai toni così pilateschi e vicini al politichese da parte sua e di Belisario, si gioca il mio voto e, sono certo, quello di molti altri.

  • La rivoluzione dimenticata

    Immagine di La rivoluzione dimenticata

    Riflessioni ispirate dalla lettura di “La rivoluzione dimenticata – il pensiero scientifico greco e  la scienza moderna” di Lucio Russo

    “La rivoluzione dimenticata” è un libro uscito 12 anni or sono (novembre 1996) che ha dato il via ad un certo dibattito tra gli storici della scienza: la tesi del prof. Russo è che, a dispetto della vulgata corrente e dei pregiudizi calcificati nell’insegnamento scolastico e universitario, il pensiero scientifico ellenistico avesse raggiunto livelli, sia nel metodo che nei risultati, tanto maturi da non essere pareggiati dalla nascente scienza moderna non solo prima di Galileo e Newton, ma in certi casi persino prima del XIX secolo.

    Il prof. Russo argomenta con la competenza scientifica propria della sua formazione fisico-matematica, abbinata ad una perizia filologica e ad un “senso del tempo” proprio degli storici, con cui mette continuamente in guardia contro i pericoli del comprimere in un amalgama indifferenziato quasi un millennio di pensiero antico, da Talete a Tolomeo: una combinazione rara da trovare e che posiziona il libro tra le importanti opere multidisciplinari della saggistica recente, quali ad esempio quelle di Jared Diamond.

    Se cito il famoso biologo-antropologo-biogeografo (troncando abbastanza presto la lista degli appellativi che potrebbero essergli attribuiti), e se parlo del libro del prof. Russo in questo ambito, è perché col tempo “La rivoluzione dimenticata” ha acquisito altre implicazioni oltre a quelle, più immediate, dibattute tra gli epistemologi e gli storici della scienza. Col senno di poi, quello in cui certi concetti e vocaboli sono diventati ricorrenti e certe categorie fondamentali, ci si accorge che il libro del prof. Russo parla di un picco della conoscenza, di un brusco stop ad un sistema scientifico-tecnologico che andava formandosi e di un lento declino seguito dai primi segnali di una ripresa almeno altrettanto lenta.

    Non ho le competenze per una trattazione organica delle riflessioni ispirate dalla lettura, né ci sarebbe spazio a sufficienza. Mi limito quindi ad elencare alcuni spunti.

    A dispetto della visione tradizionale degli ultimi tre secoli a. C. come un periodo di passaggio, in parte anche di decadenza, dalla Grecia classica verso la sintesi greco-romana dell’età imperiale, il prof. Russo puntualizza costantemente il netto scarto culturale tra la fase ellenistica propriamente detta e il periodo della dominazione romana sul Mediterraneo, ponendo come data non solo simbolica la persecuzione della classe dirigente greca ad Alessandria da parte di Tolomeo VIII detto Evergete II, nel biennio 145-144 a. C.: una netta cesura dell’attività scientifica del principale centro di produzione del sapere, con una motivazione politica (la vendetta contro gli oppositori) che richiama alla mente l’interruzione delle esplorazioni navali da parte dell’imperatore Ming al tempo di Zheng He (un fatto che Diamond porta ad esempio di come le decisioni di un forte potere centralizzato riescano ad avere influenze anche a lungo termine sullo sviluppo di una civiltà), a cui si associa il probabile appoggio, se non ispirazione, da parte della Repubblica romana in piena fase espansionistica – è di questi stessi anni la distruzione di Cartagine e la conquista della penisola greca. È evidente come i romani temessero una dirigenza quasi tecnocratica che aveva fatto la fortuna, politicamente ed economicamente, dell’Egitto tolemaico.

    Questo ruolo determinante di un’élite scientifica contrasta con l’immagine di un sapere avanzato ma del tutto disinteressato alle applicazioni pratiche e tecnologiche. È un ritratto figlio in parte della mancanza di testimonianze e della lacunosità delle ricerche in merito, in parte del fallimento del dialogo tra la storiografia, la filologia e le scienze, in parte del senso di eccezionalità dell’uomo moderno che si sente parte di un progresso necessario ed in continuo avanzamento. Ritrovamenti come il meccanismo di Anticitera, però, mostrano quanto le nostre conoscenze su quel periodo siano tutto sommato scarse, se un oggetto così complesso risulta tanto fuori posto da essere stato accusato di essere una falsificazione. Il prof. Russo mostra come sia avvenuto un appiattimento di prospettiva che ci ha portato a ritenere che l’eolipila, il giocattolo a vapore di Erone, uno studioso molto inferiore per caratura rispetto ad Archimede, Euclide e Ipparco, e ad essi successivo almeno di 3 secoli (quanto noi rispetto a Newton), potesse essere “l’ultimo ritrovato della tecnica” di una civiltà capace di ben altri risultati in tutti i campi limitrofi del sapere. Il punto cruciale è nella credenza quasi teologica che i testi rimasti dalla selezione millenaria e multicausale siano i più rappresentativi della cultura antica, quasi che una mano invisibile guidi la combinazione tra le innumerevoli manifestazioni del caso e le molteplici vie percorse dalla memoria collettiva.

    Il prof. Russo evidenzia questa fallacia, e dimostra come già dall’inizio dell’era imperiale fosse iniziata una selezione sui testi e soprattutto sui risultati dovuta principalmente alla perdita del concetto di teoria scientifica che era stato alla base di tali scoperte. Intellettuali noti come Plinio o Seneca appaiono nani al confronto coi predecessori che citano senza evidentemente comprendere, da una parte aprendo la via alla riscossa della superstizione e delle discipline magiche, dall’altra portando sulla scena il fattore di selezione principale, l’utilità. Vengono così tramandate, paradossalmente con l’assunto dell’avversione per le applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche, proprio quelle scoperte che le hanno più immediate, a portata di un mondo più rozzo e decisamente prescientifico come quello romano: e qui sta il doppio volto della fallacia suddetta, ovvero il pretendere che il parametro dell’utilità sia universale e di fatto astorico, e che la favoletta di questi greci così dannatamente nerd spieghi la presunta assenza di macchine complesse nell’antichità meglio dei tentativi di ricostruire un percorso storico in cui tali macchine siano state, ad un certo punto, relegate al rango di curiosità da luna park imperiali, quando non dimenticate prima di tornare in Europa grazie agli arabi. La continuità fra la scienza ellenistica e quella moderna dei secoli XVI, XVII e XVIII è però dimostrata più volte, si potrebbe dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, puntualizzando come da Copernico, a Keplero, a Galileo, a Newton, si cercasse esplicitamente di recuperare le fila e ricostruire un sapere che era giunto solo in modo parziale: il prof. Russo evidenzia, a costo di cadere nella lesa maestà, come talvolta i padri della scienza moderna citino direttamente i grandi scienziati antichi senza peraltro arrivare a capirli fino in fondo, restando cioè un passo indietro rispetto ad essi.

    Questa prospettiva ha delle conseguenze di rilievo. La prima è che nella ricerca di confronti con le civiltà passate, alla ricerca di similitudini e dinamiche ricorrenti che possano spiegare meglio l’evoluzione della nostra, ci si è forse concentrati troppo poco su quella ellenistica, distinta da quella dominatrice di Roma e dal suo appetibile e paradigmatico crollo di gibboniana memoria. La cultura greca successiva all’impresa di Alessandro Magno associa elementi moderni quali un pensiero scientifico maturo e, secondo Russo, al centro dell’evoluzione politico-economica, alle dinamiche di fusione tra culture ed etnie diverse in un modo ben più virtuoso delle spinte centrifughe tardo-imperiali a cui, per analogia, si è usato spesso accostare la relazione tra l’impero USA e il mondo, limitandosi troppo ad una visione conflittuale e tralasciando l’analisi, come invece preme a Serge Latouche, delle culture locali assorbite da una koinè grecofona allora e anglofona adesso. In più, la storia della “rivoluzione dimenticata” è sicuramente la prima pietra di paragone per valutare il destino di un corpus di sapere scientifico avanzato nel crollo del mondo che lo aveva partorito e nel declino di quello che lo aveva, in qualche modo, adottato.

    Un altro aspetto sta nell’incipiente trasformazione del sistema economico ellenistico, poi troncato dalla conquista romana. Il prof. Russo si guarda bene dal definire capitalistico il modo di produzione dell’epoca, che comunque aveva diverse caratteristiche simili a quelle dei secoli della rivoluzione industriale (e in modo illuminante evidenzia come l’immagine più viva dell’industria moderna, la fabbrica di “Tempi Moderni” di Chaplin, sia popolata di elementi meccanici noti fin dall’ellenismo), ma non evita di affrontare il problema, anche ad esempio in chiave urbanistica, giustificando la nascita di una pianificazione urbana con la mutazione del ruolo della città non più esclusivamente centro di consumo e di amministrazione, ma anche di produzione economica. Mostra esplicitamente come quel periodo risulti quasi una parentesi nel modo di produzione schiavistico della Grecia classica prima e di Roma poi, ma (comprensibilmente, visto che si trova già ai confini dell’ambito che ha scelto per la sua trattazione) si ferma prima di coniugare questo aspetto, e in generale l’ottica “economica”, alla questione della domanda di energia con le fonti naturali – forza animale, energia idraulica, energia eolica – trattate altrove per dimostrare l’esistenza di macchine ad elevata efficienza. L’impressione, anzi l’affascinante idea che si fa avanti sulle prime, è quella di un mondo complesso, a tecnologia avanzata, dannatamente simile al nostro perché nostro diretto ascendente, basato praticamente su fonti rinnovabili. Ma è un mondo che sembra comunque anticipare dei risvolti della civiltà moderna, ad esempio nella trasformazione dell’ambiente: nei carotaggi del ghiaccio groenlandese, al livello relativo alla prima età imperiale, risulta un picco dell’inquinamento da piombo e da rame, forse uno dei primi esempi tangibili di un effetto a lungo raggio dell’attività antropica; o, soprattutto, nelle dinamiche di crescita: Russo cita il caso del boom demografico dell’Egitto ellenistico, che da 3 milioni di abitanti, grazie ad un sfruttamento più avveduto del terreno, toccò quota 8 milioni, incidentalmente pari alla popolazione prevista (ma non ancora raggiunta nuovamente) all’inizio del 1800 con un utilizzo ottimale delle risorse mediante la tecnologia del tempo.

    Ci troviamo quindi davanti ad una società vicina a noi, in condizioni al contorno (clima, territorio, risorse) quasi identiche, ma priva di molte incrostazioni ideologiche spesso ringraziate o accusate, a seconda delle idee di chi parla, dello sviluppo sostanzialmente incontrollato che appare oggi pericoloso e insostenibile: dallo spirito protestante del capitalismo all’idea di progresso necessario, all’imperativo demografico biblico (anzi, in generale si tratta quasi di una civiltà di fatto agnostica, al di là del mantenimento cerimoniale dei culti). Ma basandosi sulla ricostruzione del prof. Russo sembra quasi una falsa partenza, fermata solo per motivi contingenti più che strutturali, dell’esperimento in cui noi, adesso, ci troviamo immersi. Pare anzi essere il momento in cui si genera gran parte di quel sapere e di quei risultati pratici a cui si abbevereranno, in misura diversa, tutte le culture europee e mediorientali nel momento in cui uscirà il loro numero nella lotteria della Storia per trasformarsi in civiltà (romani, arabi, europei tardo-medioevali).

    Non possiamo sapere “cosa sarebbe successo se” Tolomeo VIII Evergete II non avesse distrutto l’élite greca di Alessandria, o più appropriatamente se in generale non fosse sorta a breve distanza una civiltà concorrente solida come quella romana. Sono tipo di domande che spesso più che giustamente si rifuggono, qualora siano poste per costruire castelli in aria o utopie pericolose: ritengo però che abbia senso porsele quando servono per mettere in discussione fattori in gioco poco evidenti e instillare la sana pratica del dubbio.

    Forse i cenni di crescita e sviluppo di quel periodo, proseguiti per un certo tempo sotto i Cesari grazie anche al retaggio di quella tecnologia, avrebbero raggiunto uno stato stazionario? Avrebbero evitato il “salto” all’uso massiccio dei combustibili fossili? O il sapere scientifico, oltre un certo livello, è un amico mortale che eutrofizza l’alga fino a soffocare lo stagno, a prescindere da ciò che in ultima analisi lo alimenta, che siano fonti rinnovabili o carbone e petrolio?
    Nel linguaggio della teoria dei sistemi: se la scienza di tipo ellenistico-occidentale comporta un elevato guadagno del sistema, probabilmente con dinamiche di feedback positivo sul progresso della scienza stessa, dove sta il meccanismo di controllo che rende stabile il sistema?

    (articolo pubblicato originariamente sul blog ASPOItalia)

  • Non negoziabile

    “Se fosse dipeso da lui, Joel avrebbe messo in piedi una serie di mercati locali in cui i codici a barre non fossero necessari, anziché cercare di rinforzarli – ovvero di rendere più trasparente la catena alimentare industriale con nuove tecnologie o certificazioni. Mi accorsi a questo punto, con una certa apprensione, che la sua visione agropastorale non teneva abbastanza conto del fatto che la maggioranza di noi vive in grandi città, cioè in luoghi assai distanti dalle zone di produzione e con poche opportunità per il marketing relazionale. Gli chiesi allora come avrebbe fatto a rientrare nel suo modello di economie locali una metropoli come New York. La sua risposta mi fece sobbalzare: 'E perché deve necessariamente esistere un posto come New York? A che serve?'”
    (Michael Pollan, “Il dilemma dell'onnivoro”, Adelphi)

  • Biologico industriale

    Qualche anno fa, durante un convegno sull'agricoltura biologica in California, un rappresentante delle grandi aziende del settore disse ad un piccolo coltivatore che faceva fatica a sopravvivere nel mondo competitivo del business industriale: “Dovrebbe cercare di crearsi una nicchia, per distinguersi dai concorrenti nel mercato”. Cercando di contenere la rabbia, questi rispose con tutta la calma che gli era possibile: “Caro signore, la mia nicchia me la sono fatta vent'anni fa. Si chiama 'biologico', e oggi lei ci sta seduto sopra”.
    (Michael Pollan, “Il dilemma dell'onnivoro”, Adelphi)

  • Irrazionale, certo, ma irragionevole?

    A Città del Messico, una ventina d'anni fa, un turista americano adocchia in una bottega una sedia fatta a mano dai colori assai vivaci, e poiché gli piace ne chiede il prezzo all'artigiano indiano. “Dieci pesos”.

    “Se te ne ordino sei, del medesimo modello, che prezzo mi faresti?” “Settantacinque pesos”, risponde l'indiano. “Ma come!” esclama sconcertato lo yankee che si aspettava un prezzo forfettario e si stupisce di un comportamento tanto poco commerciale e chiaramente antieconomico. Si tratterà di un malinteso: per una sedia dieci pesos e per sei settantacinque! “Volevi dire cinquantacinque pesos?” “No, settantacinque pesos per sei sedie”.
    Dopo lunga discussione finalmente l'indiano dà la seguente spiegazione: “Che risarcimento avrò per l'incredibile fastidio di un lavoro che mi costringe a fare per cinque volte esattamente la stessa cosa?”
    (aneddoto riportato da Raimundo Panikkar, citato in “La sfida di Minerva – razionalità occidentale e ragione mediterranea” di Serge Latouche)

  • Il senso delle proporzioni

    “Civilisation has emerged only recently – in the past six thousand or so years – and it may yet prove to be an unsuccessful experiment.”
    (Roy Rappaport, “Maladaptation in social systems”, 1977)

    “The citizens of modern complex societies usually do not realize that we are an anomaly of history. Throughout the several million years that recognizable humans are known to have lived, the common political unit was the small, autonomous community, acting independently, and largely self-sufficient. Robert Carneiro has estimated that 99.8 percent of human history has been dominated by these autonomous communities. It has only been within the last 6000 years that something unusual has emerged: the hierarchical, organized, interdependent states that are the major reference for our contemporary political experience.” (Joseph A. Tainter, “The collapse of complex societies”, 1988)